Il private equity non è più riservato alle grandi istituzioni. Famiglie, imprenditori e family office investono sempre di più in aziende non quotate. Le modalità di accesso sono diverse, ognuna con un profilo diverso di costi, controllo e liquidità.
Per decenni l’investimento in aziende non quotate è stato riservato a fondi pensione, assicurazioni e grandi istituzioni. Oggi famiglie imprenditoriali, investitori privati e family office rappresentano una quota crescente del capitale investito in private equity. Per chi ha venduto un’azienda o ha un patrimonio significativo, è un’asset class difficile da ignorare. Ma ha regole proprie, che conviene conoscere prima di entrare.
Cos’è, in pratica
Investire in private equity significa acquistare partecipazioni in aziende non quotate, di solito con l’obiettivo di farle crescere, migliorarle e venderle qualche anno dopo con una plusvalenza. Il rendimento deriva soprattutto dal valore creato all’uscita, non da dividendi regolari.
Le quattro modalità di accesso
Fondi di private equity
L’investitore impegna capitale in un fondo gestito da un team professionale, che lo investe in più aziende nell’arco di alcuni anni. Offre diversificazione e gestione professionale. In cambio applica commissioni di gestione e di performance, e il capitale resta impegnato per dieci anni o più.
Coinvestimenti
L’investitore entra direttamente in un’operazione guidata da un fondo, al suo fianco. Costi più bassi e scelta operazione per operazione, ma più concentrazione.
Club deal
Un piccolo gruppo di investitori privati si unisce per acquistare un’azienda, con un organizzatore che trova l’operazione e la struttura. Più controllo e trasparenza, ma richiede allineamento tra gli investitori.
Investimento diretto
L’investitore acquista da solo una partecipazione in un’azienda. Massimo controllo, ma richiede capacità proprie di analisi, negoziazione e monitoraggio.
Cosa si guadagna e cosa si rischia
- Un potenziale di rendimento superiore a quello dei mercati quotati, in parte come premio per l’illiquidità.
- Illiquidità. Il capitale resta immobilizzato per anni. Non c’è un modo rapido per vendere se servono i soldi.
- Grande dispersione dei risultati. La distanza tra i gestori migliori e peggiori, e tra le operazioni migliori e peggiori, è molto maggiore che nei mercati quotati.
- Valutazioni periodiche e stimate. Il valore del portafoglio è calcolato dai gestori, non dal mercato, e si conferma solo alla vendita.
Regole di prudenza
- Dimensionare l’esposizione. Investire in private equity solo capitale di cui non si avrà bisogno per almeno sette-dieci anni.
- Diversificare nel tempo. Distribuire gli impegni su più anni invece di investire tutto in una volta.
- Diversificare per gestore e operazione. Una scommessa singola è un rischio concentrato.
- Scegliere in base al track record e all’allineamento degli interessi, non alla presentazione.
- Capire tutti i costi, compresi quelli indiretti.
Da dove cominciare
Per un investitore senza esperienza, la strada più prudente è iniziare con uno o due coinvestimenti o club deal affiancati da un advisor indipendente, e solo dopo considerare un portafoglio più ampio. Seguire un’operazione dall’ingresso all’uscita insegna più di qualsiasi presentazione.
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Domande frequenti
Qual è l’importo minimo per investire in private equity?
Dipende dalla modalità. I fondi istituzionali richiedono impegni elevati; club deal e coinvestimenti di medie dimensioni possono partire da alcune centinaia di migliaia di euro.
Per quanto tempo resta investito il denaro?
In una singola operazione, di solito tre-sette anni. In un fondo, dieci anni o più dall’impegno iniziale.
Il private equity è adatto a tutti?
No. È adatto a chi ha un patrimonio sufficiente per immobilizzarne una parte per molti anni e tollera l’incertezza dei risultati.
